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MONTEROTONDO SCALO (ROMA)
Un numero di serie indica il nome della fattoria dove è nato, di che razza è, chi sono i suoi genitori, che medicine ha preso in caso di malattia, quando è stato visitato dal veterinario, a quale allevamento è stato venduto, cosa ha mangiato. Ecco il «passaporto elettronico» sbarcato in una fattoria di mille ettari alle porte della capitale. Qui vivono i primi 60 vitelli di bufalo ai quali è stato applicato un microchip che raccoglie, per la prima volta in Italia, tutta la storia dell'animale, dalla nascita fino a quando arriverà sulla tavola del consumatore.
Il documento di silicio è stato sistemato da qualche giorno su bufali, nati da 6 mesi. In una delle stalle, battute da un vento freddo che in parte attenua i miasmi del letame, gli animali sono separati in piccoli recinti: in quello numero dieci i bufalini sbuffano, si avvicinano alla palizzata di ferro, poi indietreggiano quasi a volere custodire con gelosia il segreto della tracciabilità, appeso o conservato sottopelle nelle orecchie o nella pancia: è questa l'ultima frontiera che può tutelare il cittadino da frodi e truffe alimentari.
L'iniziativa è stata chiamata «Ogni animale racconta se stesso»: si tratta di un sistema rivoluzionario di controllo a distanza che può essere applicato su ovini, bovini, suini, caprini, equini,
bufalini e pure sugli animali selvatici.
I dati anagrafici e sanitari si possono aggiornare usando un semplice computer portatile e un'antenna fissa, oppure un palmare collegato a un'antenna mobile: quando il vitellino sosta in un gabbiotto, per appena una manciata di secondi, il veterinario può modificare le informazioni, attraverso l'uso di un software appositamente creato. In sostanza tutto quello che serve per assicurare l'affidabilità del prodotto e la rigidità dei controlli.
L'anagrafe bovina è stata istituita nel 1997 dall'Unione europea sulla scia dell'emergenza «mucca pazza» che, a partire dal 1990, ha fatto strage di mucche colpite dalla «Bse» in Gran Bretagna. Da allora è stato vietato l’uso di farine di origine animale per alimentare i bovini e sono stati avviati ferrei controlli nei macelli di tutta Europa, eliminando migliaia di capi infetti. Nel 2002 la società Wincat (che fa parte del gruppo Uniteam), ha promosso un progetto sperimentale, che è stato approvato e finanziato dal ministero della Salute (1 milione e 470 mila euro) e dalla Regione (2 milioni) per garantire la sicurezza alimentare delle carni. Al finanziamento totale di 4 milioni e 700 mila euro ha partecipato anche la Wincat (con 870 mila).
Da alcuni giorni i veterinari e gli esperti dell’Istituto zooprofilattico di Lazio e Toscana, diretto da Nazareno Brizioli, hanno cominciato la fase operativa del «passaporto informatico» nell’Istituto sperimentale per la zootecnica, l’allevamento di Tormancina diretto da Antonio Borghese, al chilometro 26 della Salaria, tra distese coltivate a cereali e ortaggi. Prima di questo passo ci sono voluti quasi due anni di lavoro dei tecnici della Wincat per mettere a punto il software e l’hardware e scegliere il tipo e le dimensioni della «memoria» mobile tra le più moderne tecnologie presenti sul mercato. «Tra i 1.200 capi abbiamo individuato quattro gruppi - spiega Renato Colafrancesco, responsabile scientifico del programma - cominciando con i primi 60 bufali di razza mediterranea e italiana. Nei prossimi giorni il test verrà effettuato su vitelli maremmani».
Ai bufalini sono stati applicati microchip a forma di «marche auricolari», che sembrano bottoni gialli del diametro di 3 centimetri, oppure piccole capsule sottocute, lunghe due centimetri, sempre nelle orecchie. Il terzo tipo di memoria è un involucro di plastica bianca a forma di proiettile, di 7-8 centimetri, che viene inserito nel «bolo ruminale» (una delle quattro parti dello stomaco delle mucche).
«Vedremo quali di queste tre soluzioni sarà la più adatta a sostituire le etichette attuali applicate alle orecchie degli animali, che spesso si sporcano e sono facilmente contraffatte - aggiunge Colafrancesco - Sottoporremo questi animali a visite veterinarie periodiche, che prevedono anche l’analisi del sangue, per verificare il livello di benessere e le eventuali reazioni all'impianto del microchip. Fino ad oggi i capi testati godono ottima salute». Poi l’iniziativa verrà estesa in molte altre fattorie di Piemonte, Lombardia, Veneto, Umbria e Campania: in totale la sperimentazione che dovrebbe coinvolgere circa 100 mila animali, si concluderà nel 2006. La seconda parte del progetto, dalla macellazione al consumatore, deve ancora essere pianificata nei dettagli. «Purtroppo queste informazioni non attraversano tutta la filiera, dalla nascita alla tavola del cittadino - precisa Colafrancesco - perchè nei macelli i capi vengono catalogati per lotti e non si può più risalire al singolo animale». Del resto «cambiare l’organizzazione dei macelli e dei laboratori di sezionamento - sottolineano dall’Istituto zooprofilattico - è molto oneroso, ma si tratta comunque di un processo indispensabile per avere la certezza che ogni fettina sia davvero sana». Sperando che il microchip non finisca in padella.
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